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NICOLA  BADALONI

UGO GRISETTI

I BELLINI

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Nato a Recanati il 2.12.1854 e deceduto a Trecenta il 21.5.1945. Laureatosi non ancora 23enne a Napoli in Medicina e Chirurgia nel 1877. Medico Condotto a Trecenta dal 1878 al 21.05.1945.

ATTIVITÀ SCIENTIFICA

Assistente Cattedra Medica Università di Padova, Libero Docente Università di Perugia e poi di Napoli. Membro del Consiglio Superiore della Sanità e relatore disegni di legge socio-sanitari sull'abuso di sostanze stupefacenti.

ATTIVITÀ UMANITARIA E POLITICA

Lavora nella provincia di Rovigo, all'inchiesta sulla "pellagra", componente della "Lega della Democrazia" ed esponente del partito Socialista in Polesine. Nel 1886 viene eletto al Parlamento nel collegio di Badia Polesine; nell'anno 1889 è Consigliere Provinciale a Rovigo. Al Parlamento, relaziona sulla pellagra. sulla malaria e sulle leggi per i veterinari municipali; nel 1920 è nominato Senatore su proposta di Giolitti. siede con Croce contro il fascismo; nel 1922 si ritira dalla vita politica dedicandosi ai poveri e vivendo lui stesso in povertà. Da Deputato si batté per il suffragio universale, collaborò all'inchiesta Ministeriale sulle condizioni dei lavoratori agricoli polesani, si batté anche per la costruzione in Polesine, di infrastrutture quali ferrovie, servizi di collegamento postale, strade, opere di bonifica, e soprattutto Case di Cura per "pellagrosi e alienati mentali".

MEDICO A TRECENTA

Nicola Badaloni di cittadinanza marchigiana giunge a Trecenta nel 1878 con un incarico di Medico Condotto. In quegli anni Trecenta era il Comune polesano maggiormente colpito dalla "pellagra". Nel giro di pochi anni le sue grandi doti nel campo scientifico e sanitario in generale e la sua cura particolare per le classi povere, alle quali andava la sua solidarietà umana e politica, ne fecero un simbolo e un punto di riferimento per tutto il proletariato polesano". Nello stesso periodo accetta dalla "Deputazione provinciale" di Rovigo di indagare sulle cause della pellagra e sui tremendi effetti che tale malattia produce sull'organismo. È una ricerca fatta con passione, in cui mette in luce non solo gli aspetti più oscuri della malattia, ma indaga e descrive tutto l'ambiente economico-morale e sociale che attornia il pellagroso. La sua fama di medico, oltre che di politico, lo porta ad essere nominato nel 1889 consigliere provinciale, incarico che manterrà fino al 1919 senza interruzione. E’ proprio il continuo intrecciarsi tra vita politica e professionale che rende questo medico singolare. Nel momento in cui viene riconosciuto "pericoloso" si tenta di limitarne l'attività, non solo in quanto convinto assertore delle proprie idee. ma anche sotto il profilo professionale. Infatti nel 1894 lo si propone per l'assegnazione al domicilio coatto con l'accusa di "avere dal 1891 in poi, con conferenze pubbliche e in altri modi, manifestato il deliberato proposito di commettere vie di fatto contro gli ordinamenti sociali".

DOCUMENTI

“La sua autentica rivoluzione è stata fatta su uomini incolti, miserabili, analfabeti, imbarbariti dalla miseria e dalla malattia; questa sua rivoluzione è stata fatta scavando nell’animo dei singoli per far entrare sentimenti di umana solidarietà e amore, senza i quali non si può combattere per elevare una classe diseredata ed emarginata.
Con Badaloni una società di miserabili, senza cultura, malata nel corpo e nell’anima, venne decisamente migliorata ed elevata a società civile”.
                           Tratto da “La storia di un medico socialista” G. Manfrin

 

“ Egli concepiva la professione del medico come una missione; la conservazione della vita umana una cosa di interesse speciale. – Non sappiamo,egli diceva, quanto possa rendere una creatura strappata alle insidie del morbo; quale tesoro d’amore, di bontà, di carità possa donare al mondo una vita conservata e salvata.”
                           Tratto da “ Un apostolo del Socialismo” A. Cappellini 1950

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NOTE BIOGRAFICHE:
Nasce a Recanati (MC) il 2 dicembre 1854.
Si laurea all’Università di Napoli il 27.8.1877, non ancora ventitreenne.
Si trasferisce a Trecenta nel 1878 in quanto assume la condotta.
Vive a Trecenta fino alla sua morte, avvenuta il 21 maggio 1945.
INCARICHI PROFESSIONALI:
Assume ufficialmente la condotta presso il Comune di Trecenta l’11.7.1878, all’età di 24 anni.
Nel 1885 diventa assistente alla cattedra medica dell’Università di Padova.
Nel 1886 inizia la libera docenza in Clinica Medica all’Università di Perugia.
Nel 1900 viene nominato libero docente in Patologia speciale medica presso l’Università di Napoli.
Nel 1907 diventa membro autorevole del Consiglio Superiore di Sanità e relatore di disegni di legge di indole sociale e sanitaria.
(Repressione dell’abuso di stupefacenti; Relazione sulla lotta alla malaria – 1909).
INCARICHI POLITICI:
E’ componente della “Lega della Democrazia” (la lega democratica veneto-mantovana, fondata a Padova nel 1872, promotori Tivardi e A. Mario).
Diventa guida del partito socialista polesano.
Nel 1886 viene eletto Deputato al Parlamento Italiano alla XVI Legislatura nelle fila della Lega della Democrazia.
Dal 1889 fino al 1919 è Consigliere Provinciale di Rovigo.
Nel 1890 viene rieletto alla Camera per il Partito Democratico.
Nel 1892 viene rieletto alla Camera per il Partito Socialista.
Nel 1900 viene rieletto alla Camera per il Collegio di Badia.
Diventa Presidente della “Federazione Provinciale delle Leghe”.
Nel 1918 è parlamentare, ma non appartiene ad alcun gruppo politico.
Dopo la guerra, nel 1919, si ritira dalla vita politica attiva.
Nel 1920 viene eletto Senatore del Regno su proposta del Giolitti.
ATTIVITA’ POLITICA E SOCIALE:
Impegno per l’estensione del diritto di voto ad una larga fascia di cittadini (suffragio universale).
Collaborazione con Jessie White Mario nell’inchiesta ministeriale sulle condizioni dei lavoratori agricoli nel Polesine.
Promozione di una ricerca sulla cause della pellagra, affidatagli dalla Deputazione Provinciale di Rovigo (lavoro durato 4 anni).
Impegno, nell’ambito provinciale, per la realizzazione di: ferrovie, strade, servizi di collegamento postale, opere idrauliche e di bonifica, case di cura per pellagrosi e per alienati mentali, miglioramento delle norme igienico-sanitarie, lotta alle tradizionali malattie sociali (malaria, pellagra).
Impegno, quale deputato, per dirottare maggiori fondi al Polesine per le spese straordinarie delle opere pubbliche (Bonifica padana).
               

I BELLINI

NICOLA BADALONI UGO GRISETTI

 

UNA FAMIGLIA DI AGRARI IN POLESINE FRA L'OTTOCENTO E IL NOVECENTO

 

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DA  MONTAGNANA  A   TRECENTA

La ricerca sulla famiglia Bellini e soprattutto sull'operato dei fratelli Mario e Teodosio in Polesine è stata circoscritta quasi esclusivamente al territorio di Trecenta e, più in generale, alla provincia di Rovigo. Ciò nonostante è possibile affermare con certezza che l'attività della famiglia in generale, e di Mario e Teodosio in particolare, non si limita al territorio o all'area polesana, ma spazia al di fuori della provincia di Rovigo interessando Padova, Verona, Vicenza, Venezia, Ferrara e Bologna. Risulta però piuttosto difficile documentare questa affermazione perché spesso mancano o sono incompleti e lacunosi i documenti ufficiali, ne consegue che una ricerca di questo tipo presenta notevoli difficoltà ed ostacoli spesso insormontabili. Fortunatamente pero' ho potuto avvalermi della preziosa testimonianza   testimonianza della Signora Luisa Bellini Sorrentino, attualmente residente a Monza, che è nipote ed erede di Mario e Teodosio Bellini. In questo modo anche le fonti orali oltre ai documenti anagrafici, agli atti notarili, alle rilevaziom catastali, a documenti vari del Comune e della Prefettura, agli atti del Consiglio Provinciale, concorrono alla ricostruzione dell'operato di Mario e Teodosio e più in generale dell'intera famiglia Bellini. In base alla testimonianza della Signora Luisa Bellini, la famiglia composta da Pietro e Orsola insieme con i figli Giuseppe nato dal primo matrimonio di Pietro, Bernardo, Mario, Teodosio, Dante, Tullio, Marsilio, e Merope si sarebbe trasferita da Montagnana a Trecenta intorno agli anni 1879-1880. Inoltre la primogenita Clelia, sposatasi nel 1878 con Pietro Mattiello risiedeva invece col marito a Padova. Pietro Bellini, il capofamiglia, nasce a Roveredo di Guà in provincia di Verona il 17 settembre del 1824. Si sposa in seconde nozze, dopo la morte della prima moglie, nel 1862 circa con Dalla Vecchia Orsola di Sovizzo in provincia di Vicenza.

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A Montagnana nascono tutti i figli dei coniugi Bellini e Pietro vi svolge, almeno fino al suo trasferimento a Trecenta, molteplici attività. Fu certamente dedito alla coltivazione ed al commercio della canapa, molto diffusa e molto importante nell'economia della fertile zona compresa tra Montagnana e Cologna. In questa zona la coltivazione della canapa, che necessitava di abbondante concimazione, era spesso praticata "a rado" in modo da permettere lo sviluppo della pianta e la conseguente fabbricazione di cordelle e funi in parte destinate al mercato ed in parte all'arsenale e alla Marina militare. Che i Bellini continuino ad occuparsi dei commercio della canapa anche dopo il loro trasferimento a Trecenta è testimoniato da un paio di documenti almeno, trovati nell'archivio dei Comune di Trecenta sotto la voce "Agricoltura, Industria, e Commercio", catalogata come undicesima. Il primo documento contenuto nel fascicolo riguardante l'anno 1923, sotto il titolo "Stato degli utenti". Pesi e misure soggetti alla verificazione per il biennio 1923-24" cita, tra gli altri, il nome del Cavalier Bellini Teodosio che viene qualificato oltre che come possidente anche come negoziante di canapa all'ingrosso. Il fascicolo che raccoglie i documenti riguardanti l'anno 1926 contiene una lettera, scritta su carta intestata della ditta Pietro Bellini, datata Trecenta 28 marzo 1926, indirizzata all'Amministrazione comunale di Trecenta, tramite la quale Teodosio Bellini avverte di aver denunciato, quello stesso giorno, all'agenzia delle imposte di Badia Polesine che a partire dal primo giugno di quell'anno la ditta Pietro Bellini avrebbe cessato di esercitare il commercio della canapa. A Montagnana i Bellini possedevano certamente una filanda per la lavorazione dei bozzoli (coltivavano quindi anche il celso) diretta ed amministrata in prima persona da Orsola moglie di Pietro, il quale poi avrebbe deciso di trasferirsi a Trecenta perché, a causa della numerosa famiglia, aveva bisogno di espandere la sua attività. Egli assunse cosi l'incarico di intendente dei Conti Spalletti, i maggiori proprietari terrieri del comune di Trecenta e fra i più grandi del Polesine. Amministrando le proprietà degli Spalletti, Pietro può affittare parte delle loro terre ai suoi figli maggiori: Giuseppe, Bernardo, Mario, Teodosio e Tullio che diventano cosi fittavoli degli Spalletti. Tuttavia, già prima del trasferimento della famiglia da Montagnana a Trecenta, Pietro si preoccupa di acquistare una considerevole superficie di terreno coltivabile. Il primo acquisto viene compiuto il 18 dicembre 1872 a Zelo, nel comune censuario di Ceneselli: Pietro acquista da tali Fabbri Ferdinando e Cesare un appezzamento di terreno di 118,50 pertiche metriche. Il 18 gennaio 1877 poi, sempre nel comune censuario di Ceneselli, il signor Fabbri Ferdinando vende a Pietro Bellini un appezzamento di terra di 445,89 pertiche metriche. Lo stesso anno e nello stesso comune censuario infine Pietro acquista dal condomino Bentivoglio ancora 564,39 pertiche metriche. Complessivamente dunque dal 1872 al 1877 la famiglia Bellini acquista nel comune censuario di Ceneselli una superficie di terreno corrispondente a circa 158 ettari. Dopo il trasferimento a Trecenta, sul finire dell'Ottocento, probabilmente per investire parte del denaro capitalizzato, Pietro riprende ad acquistare terreni coltivabili. Il primo degli acquisti è datato 25 marzo 1896 e riguarda un piccolo appezzamento di terreno di 5, 10 pertiche metriche ceduto da Spalletti Venceslao. In seguito il 3 gennaio 1897, in base all'atto d'acquisto datato 21 ottobre 1896 e registrato dal notaio Dottor Giro Angelo, Pietro Bellini acquista da tal Natali Narciso una superficie di terreno corrispondente a 1197,43 pertiche metriche, alle quali se ne aggiunge poi un'altra ceduta da Germani Luigi ai Bellini il 20 luglio 1899. Infine il 6 giugno 1900 entrano a far parte della proprietà di Pietro Bellini altre 5,80 pertiche metriche acquistate dal signori Luigi e Giovanni Guizzardi. Tutti gli appezzamenti di terreno acquistati dal 1896 al 1900 rientrano nel comune censuario di Trecenta e costituiscono complessivamente una superficie di circa 121 ettari. All'inizio del 1900 dunque la famiglia Bellini è certamente proprietaria in Polesine di una superficie di complessivi 279 ettari. I dati sopra esposti sono controllabili attraverso l'esame dei documenti a fianco riprodotti: si tratta di alcune pagine tratte dai "Sommarioni" dei cessato catasto austro-italiano reperibili all'Archivio di Stato di Rovigo. La compilazione dei "Sommarioni" risale all'amministrazione napoleonica del Veneto che si attuò tra il 1805 e il 1814 e che, dopo l'urgente compilazione di un estimo provvisorio, diede l'avvio. con decreto 15 aprile 1807, al lavori per la stesura di un nuovo catasto particellare: l'opera, che verrà poi terminata entro la prima metà dell'Ottocento dal governo austriaco, rappresenta uno dei meriti maggiori del l'amministrazione napoleonica del Veneto. L'intero territorio fu diviso in comuni censuari, che non sempre corrispondono al comuni amministrativi e per ciascuno di essi si disegnò una mappa a colori che venne frazionata in mappali numerati progressivamente. I mappali vennero registrati sui Sommarioni che specificano il numero di mappa, il nome del possessore, la località, la coltura e infine l'estensione del territorio in pertiche censuarie. Queste ultime costituiscono a loro volta una nuova unità di misura metrica introdotta dal governo napoleonico che corrisponde a 1000 metri quadri, ossia ad un decimo di ettaro. Pietro Bellini muore a Trecenta l'8 agosto 1904 all'età di ottanta anni e viene ricordato nel necrologi di numerosi giornali; oltre al "Corriere del Polesine" ricordiamo la "Sera" e il Sole", il "Corriere della Sera", la "Perseveranza" ed il "Villaggio" di Milano, cui si aggiungono la "Gazzetta di Venezia", il "Giornale di Venezia" e il "Resto del Carlino" di Bologna. La stampa nel dare la notizia della sua morte lo ricorda come stimato ed intraprendente agricoltore, industriale e commerciante di spiccata onestà e correttezza: "...Pietro Bellini personificava in se tutta una lunga fase di lavoro onesto, corretto, intraprendente. I meriti suoi maggiormente spiccano allorquando si pensi che egli, che sorti da umili natali e che non ebbe che i primissimi rudimenti dell'istruzione, ha potuto sino a pochi anni fa tenere da solo testa ad una serie varia di molteplici affari, pensando anche all'educazione della sua numerosa famiglia. Nativo di Montagnana portò anche qui, con l'instancabile operosità, la bontà del suo cuore, e non è a dire quali e quante furono le famiglie da Lui beneficiate. Benché non cittadino di Trecenta, Trecenta va orgogliosa di averlo ospitato e la sua dipartita è sentita con vivo dolore da tutte le classi. Dopo la morte di Pietro le sue proprietà vengono divise tra i figli. Giuseppe, primogenito e nato dal primo matrimonio di Pietro, si trasferisce a Vicenza dove amministra i beni della matrigna Orsola, che stabilitasi definitivamente a Trecenta, dove intende rimanere anche dopo la morte del consorte, non può più occuparsene: alla morte della matrigna Giuseppe erediterà poi tutti i suoi beni di Sovizzo. Bernardo, il terzogenito, eredita invece alcuni possedimenti situati nella provincia di Ferrara dove si stabilisce definitivamente. Dante Bellini poi intraprende la carriera militare e quindi non segue le orme paterne come del resto non fa neppure l'ultimogenito maschio Marsilio, padre della Signora Luisa Bellini. Egli, diplomatosi presso un istituto tecnico di Vicenza perché appassionato di meccanica, studia in Alsazia presso una scuola specializzata in tessitura e filatura. Dopo la laurea Marsilio si trasferirà a Monza dove rimarrà tutta la vita prestando la sua opera presso alcune industrie tessili di quella città. L'ultima nata, Merope, muore invece in tenera età. Tullio, nato a Montagnana il 29 aprile 1872, dopo la morte del padre dal quale eredita diversi possedimenti, rimane a Trecenta da cui si allontanerà solo per brevi periodi compresi tra il 1922 e il 1928 durante i quali risiederà a Padova presso la sorella primogenita Clelia. Tullio Bellini, che non prese mai moglie, è ricordato ancor oggi a Trecenta come un personaggio strano e particolare perché viveva in assoluta solitudine senza mai uscire di casa, se non per fare qualche rara visita alla madre e per partecipare l'undici febbraio di ogni anno alla processione in onore della Madonna di Lourdes di cui era fervente devoto. La testimonianza di Luisa Bellini è ancora una volta preziosa ed illuminante. Tullio sarebbe in realtà stato un uomo pieno di vita e molto aperto ed estroverso fino al giorno in cui, andando a caccia nelle sue terre, a causa dello scoppio del fucile che lo privò di gran parte del mento, rimase gravemente ferito. Pare che proprio in quell'occasione ferito, solo e spaventato egli si sia raccomandato alla Madonna promettendo di dedicarle il resto della sua vita. Cosi infatti è stato: dopo un lungo ricovero in ospedale, tornato a Trecenta, egli fa costruire l'artistica chiesetta dedicata a Nostra Signora di Lourdes vicino alla quale fa erigere anche la sua abitazione. Alla sua morte, avvenuta a Trecenta il 31 marzo 1952, egli dona ogni suo bene al parroco di Trecenta, don Guanella, perché lo utilizzi per soccorrere i poveri del paese. Ad occuparsi delle proprietà della zona e a seguire le orme paterne restano in Polesine solo Mario e Teodosio Bellini ai quali saranno dedicati i capitoli successivi. Teodosio rimane a Trecenta fino alla morte: egli, nato a Montagnana il 3 settembre 1866, si sposa a Trecenta con Vacca Isoletta originaria di Bagnolo di Po. Mario Bellini invece non vive sempre a Trecenta benché questo paese possa essere considerato il suo punto di riferimento; egli vive a Montagnana, a Padova e a Bologna ma, proprio a Trecenta, trascorre l'ultimo periodo della sua vita finche non viene colto dalla morte il 19 settembre 1946. Mario Bellini che era nato a Montagnana il 3 marzo 1863, si congiunse in matrimonio nel novembre 1888 con Azzi Ebe Teresa, chiamata Anita, originaria di Trecenta. Mario e Teodosio decidono dunque, dopo la morte del padre, di rimanere a Trecenta. per questo essi con un atto datato 9 agosto 1906, registrato a Badia Polesine dal notaio Giro, acquistano dal signor De Biaggi Giuseppe un'abitazione a tre piani, di ventisette vani, oggi nota col nome di Villa Bellini nonché sede dell'Omonimo Istituto Agrario.

MARIO  E  TEODOSIO   BELLINI:
DA  SPERIMENTATORI  E  DIVULGATORI  DI INNOVAZIONI
TECNICHE  E  COLTURALI  A  PUBBLICI   AMMINISTRATORI

Il materiale documentario per trattare l'argomento di questo capitolo è costituito essenzialmente da fonti a stampa e più precisamente da fonti della stampa agraria. Secondo gli "Annuari della stampa italiana" relativamente agli anni 1916-26, 1929-30, 1933-34, vengono stampati a Rovigo, negli anni che interessano questo studio, i seguenti periodici agrari: "Terra polesana" quindicinale e bollettino dell'associazione piccoli proprietari di Rovigo; "Rivista agraria polesana" già "Polesine agricolo" e "Agricoltura polesana" oltre naturalmente al più importante quotidiano politico, il "Corriere del Polesine". Non è stato possibile reperire tutti i fogli citati inoltre spesso le collezioni dei periodici esaminate sono apparse lacunose. All'Accademia dei Concordi di Rovigo è presente la collezione della "Rivista agraria polesana" per il periodo 1901-35. La collezione del "Polesine agricolo" invece è conservata per il periodo 1886-1898, mentre quella dell'"Agricoltura polesana" per gli anni che vanno dal 1927 al 1941 compreso. Il "Polesine agricolo", che inizia le sue pubblicazioni nel 1886 porta il sottotitolo di "giornale di agricoltura pratica" ed è bollettino della Cattedra ambulante di agricoltura della provincia di Rovigo, della Società agraria del Basso Polesine, dei Comizi agrari di Adria, Badia, Lendinara e Polesella e dei Sindacati agricoli del Polesine. Il periodico (si tratta infatti di una pubblicazione quindicinale) è diretto dalla fondazione fino al 1889 dal Cavalier Pergentino Doni, "conferenziere e consultore agricolo" del Polesine; dal 1890, e precisamente dal numero 24, la direzione passa al professor Tito Poggi e da questo momento inizia la nuova serie del periodico. Nel numero 3 del primo novembre 1892, nell'ultima pagina, dedicata alla rubrica della Cattedra ambulante di agricoltura, è riportato un elenco di persone alle quali il professore di agraria forni un consulto: compare per la prima volta il nome di Mario Bellini di Trecenta a proposito di "metodi per fare aceto". Si è detto che il "Polesine agricolo" è organo, tra gli altri, della Cattedra ambulante di agricoltura della provincia di Rovigo e di alcuni comizi agrari; a proposito di queste istituzioni è utile formare qualche indicazione. I comizi agrari sono tra le prime istituzioni dello stato unitario con la duplice funzione di promuovere la modernizzazione dell'agricoltura e di coordinare e rappresentare gli interessi della borghesia agraria. I compiti fondamentali dei comizi consistono essenzialmente nel diffondere l'istruzione agraria, anche attraverso la promozione di concorsi, esposizione di prodotti e macchine agricole, regolamentare la normativa sull'igiene per contrastare la diffusione di epizoozie, informare il Ministero sulle condizioni economiche locali e "consigliare" al Governo i provvedimenti atti a migliorare l'agricoltura. Possono diventare soci dei comizi tutti coloro che si "interessano" al "progresso" dell'agricoltura. Vi partecipa un rappresentante comunale, mentre il compito di mantenere i rapporti col Ministro spetta al Prefetto. Superata la grave crisi agraria degli anni Ottanta, durante la favorevole congiuntura economica iniziata nel 1896, vengono progettate, create e perfezionate nel settore dell'agricoltura, sempre per iniziativa statale, nuove istituzioni di formazione culturale scientifico-tecnica: le Cattedre ambulanti di agricoltura più adatte a promuovere l'ammodernamento colturale e tecnico richiesto dall'ampliamento complessivo del mercato. Le Cattedre ambulanti di agricoltura assumono insomma compiti assai simili a quelli svolti dai Comizi salvo un approfondimento dell'orientamento tecnico-scientifico. Sempre intorno agli ultimi anni dell'Ottocento sorgono anche altre organizzazioni agrarie: i Consorzi, che hanno carattere essenzialmente commerciale e finanziario. I Consorzi infatti si occupano dell'acquisto cooperativo di sementi, concimi e macchine agricole di cui possono usufruire a condizioni vantaggiose i soci. E' fin troppo evidente come a promuovere e fondare queste organizzazioni cooperative siano, anche a livello locale, personaggi di primo piano interessati a modernizzare e sviluppare l'industria agraria attraverso l'utilizzazione di sementi elette, concimi, macchine, eccetera. Non a caso proprio Mario Bellini fonda a Trecenta, con la collaborazione del professor Malandra e del cavalier Petrobelli, il Consorzio Agrario di Trecenta e Bagnolo di Po. Tornando ai periodici agrari va segnalato che il "Polesine agricolo" a partire dal numero 1 del 15 gennaio 1899, muta il suo nome in 'L'agricoltura veneta e polesana" che resta comunque bollettino ed organo delle stesse istituzioni ed associazioni agrarie precedentemente citate. A partire dal 1901 inoltre "L'agricoltura veneta e polesana" si trasforma in "Rivista agraria polesana", periodico quindicinale di agricoltura, organo della Cattedra ambulante di agricoltura, del Consorzio Agrario Cooperativo del Polesine Centrale e delle Associazioni Agrarie della provincia. Direttore ne è il professor Ottavio Munerati. Esaminando i numeri della "Rivista agraria polesana" si può notare come a partire dagli anni 1904-05 venga riservato spazio crescente ad articoli che si occupano della coltivazione della barbabietola da zucchero. Nel n. 4 del 29 febbraio 1904, con un articolo intitolato "La rullatura delle bietole con le comuni carriole" si dà tra l'altro la notizia del fatto che il cavalier Bellini Mario coltiva a Trecenta oltre cento ettari di terreno a bietola. Effettivamente sono proprio i Bellini ad introdurre in Polesine, già nel 1897, la coltivazione della bietola da zucchero. Nel 1897 e 1898 essi portano il loro raccolto allo zuccherificio di Legnago; nel 1899 invece allo zuccherificio 'Schiaffino" di Pontelagoscuro e a quello di Lendinara. A partire dal 1904 invece essi destinano l'intero raccolto, che nel 1907 giunge a toccare i 147.000 quintali in rapporto ad una superficie di 350 ettari, allo zuccherificio Bellini-Nuvolari di Ficarolo, che, con un ingente investimento, concorrono largamente a fondare. Numerosi altri articoli pubblicati dalla "Rivista agraria polesana" nel corso del 1905 e 1906, testimoniano attraverso ripetuti interventi dei fratelli Bellini, tra i quali le risposte a diversi "referendum" indetti dal periodico a proposito della coltivazione della barbabietola, che essi si dedicano con particolare interesse a tale coltura, sperimentando continuamente nuove tecniche di coltivazione e di concimazione per ottenere un prodotto abbondante e di ottima qualità. Va segnalato a questo proposito un articolo riportato dal n. 4 del 15 febbraio 1911 "Attrezzo Bellini per le semine a mucchietti" attraverso il quale si dà notizia di un "semplice, pratico ed ingegnoso" strumento progettato e fatto costruire da Mario e Teodosio per la semina a mucchietti della barbabietola da zucchero.

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Lo strumento, che si può vedere nel disegno, offre diversi vantaggi sia per la semina che per il lavoro di diradamento delle bietole e soprattutto: 'L'apparecchio è semplicissimo, di modo che può essere costruito da qualunque falegname: è di facile uso e costa poco (circa 5 lire ogni modello). Infine, e questo è molto, non è brevettato! ". Nello stesso articolo si può tra l'altro leggere:

"Il cavalier Mario Bellini ed il fratello Teodosio, che sono senza dubbio tra i più appassionati ed intelligenti nostri coltivatori, coltivano la bietola da molti anni, su larga scala, e sono divenuti, in seguito a lunga esperienza e a rigorose prove comparative, entusiasti della semina a pozzetti, con concimazione fosfo-azotata localizzata".

Sempre a proposito della maestria dimostrata dai fratelli Bellini nella coltivazione della bietola vale la pena di citare un altro articolo della "Rivista agraria polesana", riportato nel n. 9 del 15 maggio 1913 e firmato dal dottor G. Mori. Vi si legge tra l'altro:

"Il cavaliere Bellini oltre ad essere un accurato indagatore e ricercatore pratico, non tralascia la luce che può venirgli dalla scienza agronomica ed è uno dei rari agricoltori che armonizza la concimazione all'analisi dei terreni"

"Visitando le coltivazioni del Bellini si rimane gradevolmente sorpresi dalla razionale e regolare sistemazione dei terreni e dalla scrupolosa regolarità con le quali sono allineati e distribuite le postarelle e le piante.( ... ) La concimazione chimica è studiata in modo da equilibrare le deficienze del terreno con le esigenze speciali della bietola mirando al raggiungimento del duplice obbiettivo, alle produzioni e ad un buon titolo zuccherino. ( ... ) Concimazione razionale ed abbondante che serve anche alla coltivazione del grano che segue la bietola e che certamente contribuisce ad innalzare la fertilità di quei terreni"

Il n. 24 del 31 dicembre 1909 riporta la notizia che all'esposizione di Lonigo, in provincia di Vicenza, il cavalier Mario Bellini ha conseguito la massima onorificenza per una bella mostra di barbabietole e per il suo frumento. La "Rivista agraria polesana" pubblica poi, a partire dal 1906 e fino al 1912, una serie di articoli dedicati ad un particolare tipo di frumento, selezionato dai fratelli Bellini e noto con il nome di "Mutico Bellini". Questo particolare tipo di frumento, che spodesta nel giro di pochi anni altre qualità fino ad allora coltivate nel Trecentano e nell'Alto Polesine in genere, quali il "Fiorentino", il "Rietti", il "Cologna Veneta" presenta alcune dimostrate qualità: non teme la ruggine, è un tipo forte di frumento, l'allettamento che si riscontra verso metà maggio non è grave come nelle altre qualità di frumento perché, coricandosi, il fusto non si spezza ma si piega soltanto, permettendo cosi la regolare e completa nutrizione alle spighe. Inoltre il "Mutico Bellini" è molto ricercato sui mercati, specie in Toscana. Va altresì ricordato che il grano selezionato dai fratelli Bellini partecipa a diverse esposizioni internazionali conseguendo numerose onorificenze tra le quali: la medaglia d'oro all'esposizione di Torino nel 1911; il gran premio e la medaglia d'oro all'esposizione internazionale di Parigi nel 1912; il gran premio e la medaglia d'oro all'esposizione internazionale di Londra nel settembre 1913 nonché, sempre in quell'occasione, il gran premio e la medaglia d'oro della Camera di Commercio di Parigi ed infine la gran croce e medaglia d'oro all'esposizione internazionale di Barcellona nel settembre del 1914. Oltre che abili e valenti agricoltori i fratelli Bellini sono anche ottimi allevatori e danno un notevole impulso all'industria zootecnica polesana, tanto che le loro stalle vengono giudicate dal commendator Borasio di Milano, uno dei maggiori negozianti di bestiame, le migliori d'Italia. A conferma di ciò possono essere citati alcuni passi tratti da articoli pubblicati dalla "Rivista Agraria Polesana"; infatti nel numero 12 del 30 giugno 1906 si può leggere:

"... Ammirando le vaste coltivazioni rigogliose, promettenti ricchezze, le magnifiche stalle, come purtroppo non è dato spesso vedere in Polesine, abbiamo potuto constatare una volta di più come l'intelligenza, l'operosità, la competenza dei bravi signori Bellini diano un mirabile esempio del trionfo della nostra scienza"

"La sapiente direzione tecnica dei signori Bellini e la loro valentia come allevatori di bestiame sono risultate magnificamente ( ... )Le stalle ricche di buone fattrici e di ottimi animali da lavoro rivelano una unità di indirizzo altamente encomiabile..."

Da quanto è emerso finora si può affermare che i fratelli Bellini operarono nel settore primario con una decisa e consapevole imprenditorialità, rivelando una mentalità nuova e diversa che appare in tutta la sua evidenza specie se confrontata con quella manifestata dai maggiori proprietari di Trecenta, i conti Spalletti, che possedevano qui all'inizio del Novecento circa 1400 ettari di terreno contro i 120 della famiglia Bellini. La sproporzione è evidente: va comunque segnalato che, con i loro 120 ettari, i fratelli Bellini possono essere considerati proprietari medi. Ciò che importa osservare è tuttavia un altro dato ossia la differenza nella conduzione dei terreni. Significativa a questo proposito è un'intervista rilasciata da Mario Bellini ad Aldo Rossi, giornalista di origine polesana e pubblicata dalla "Tribuna" di Roma in data 10 giugno 190 1, in cui tra l'altro l'agrario polesano afferma:

"Buona parte del Polesine si troverà sempre in condizioni disgraziate per i suoi latifondi e a proposito dell'indifferenza di certi grandi proprietari assenteisti dichiara: costoro, vede, sono i veri nemici delle istituzioni. In questi paesi non già socialista io diventerei, se fossi contadino, ma anarchico. Metà delle terre di Trecenta appartengono a proprietari milionari che riscuotono centinaia di migliaia di lire all'anno di fitti e non danno mai un centesimo in elemosina.( ... ) I conti Spalletti, che nel comune di Trecenta possiedono 1400 ettari, non tengono impiegati più di due muratori, non fanno mai riparazioni e non vengono quasi mai sui loro possedimenti: una volta ogni vent'anni al massimo. Una grettezza incredibile. ( ... ) lo ho già detto e ripeto che i soli nemici delle istituzioni sono certi grandi proprietari con le loro esosità. ( ... ) Non vogliono sentire parlare di novità". Circa l'uso dei concimi chimici poi Mario Bellini dichiara: "Credo di essere il solo che li usi a Trecenta..."

Queste parole testimoniano certo del difficile rapporto esistente tra proprietari ed affittuari in un delicato momento della storia dell'organizzazione agraria in Italia, ma dimostrano anche che comincia ad emergere in Polesine una mentalità nuova e diversa circa la pratica dell'agricoltura: al grande proprietario assenteista e conservatore, che vuole mantenere intatta la sua rendita senza investire un solo centesimo sulla terra si affianca la figura dell'agrario borghese, che invece intende investire in agricoltura, promuovendo e realizzando opere di miglioria, utilizzando concimi chimici, sementi elette, nuove tecniche colturali, macchine agricole nonché lavoro salariato per ottenere un prodotto quantitativamente ma soprattutto qualitativamente migliore e quindi un consistente profitto. Sia Teodosio che Mario furono anche pubblici amministratori. Teodosio fu infatti sindaco di Trecenta già nel 1913-14, poi ancora ininterrottamente dal 1922 al 1926 e successivamente dal 1932 al 1935. Mario fu invece consigliere provinciale di Rovigo (9). Le cariche che i Bellini ricoprirono sono indice dei prestigio di cui essi godevano almeno a livello locale, ma si può più in generale affermare che gli agrari, per tutto il primo ventennio del Novecento, mantennero con i diversi governi un rapporto non conflittuale. Essi infatti si riconoscevano nell'ideologia liberale e, sebbene avessero perduto buona parte del potere politico che avevano detenuto soprattutto durante il predomino della "Destra Storica", continuarono in maggioranza a far parte dell'apparato burocratico statale, soprattutto a livello locale, in qualità di sindaci o di prefetti. Va ricordato poi in chiusura di capitolo che Mario Bellini fu nel 1893 nominato da Francesco Crispi, attraverso l'allora prefetto di Rovigo professor Bacco, Cavaliere d'Italia e nel 1920, poi, Grande Ufficiale della Corona d'Italia. Anche Teodosio Bellini fu nominato Cavaliere della Corona d'Italia nel 1913 dal ministro Nitti per le sue note benemerenze agrarie".

 

LA  BONIFICA  E  LE   INDUSTRIE  DI  TRASFORMAZIONE
DEI  PRODOTTI  AGRICOLI

La necessità della bonifica per le terre polesane è attestata dai diversi e ripetuti interventi compiuti nella zona a partire dal Cinquecento. Ricordiamo fra tutti il grande lavoro di bonifica compiuto in tre anni dal 1609 al 1612 in un'ampia zona paludosa che comprendeva anche Trecenta e progettato nel 1608 dal marchese Enzo Bentivoglio, ambasciatore di Ferrara, quando il territorio faceva parte dello Stato Pontificio. Durante il secolo precedente l'unità, fra gli interventi tecnici a favore dell'agricoltura vengono riprese le bonifiche idrauliche, anche da parte delle autorità pubbliche. Durante il regno di Maria Teresa d'Austria infatti vengono prosciugate in Veneto le valli veronesi e gli acquitrini di Montagnana e del Polesine; durante i lavori di questo periodo vengono impiegate per la prima volta le pompe idrovore che rivoluzionano la tecnica bonificatoria in quanto consentono di prosciugare le terre abbastanza velocemente senza dover ricorrere alla lentissima tecnica delle colmate. Alla costituzione del Regno d'Italia, nonostante tutti gli interventi di bonifica compiuti nel secoli precedenti, il suolo ne ha ancora largamente bisogno mentre le bonifiche già compiute necessitano di manutenzione. La classe dirigente però, in maggioranza nobile e conservatrice, è poco propensa a modificazioni strutturali e d'altro canto la prevalente dottrina economica liberale assegna soprattutto al privati i maggiori oneri in ogni settore; lo Stato interviene con opere pubbliche solo dove manchi totalmente la possibilità di iniziativa privata. Cosi il compito dei prosciugamenti e delle migliorie dei terreni è addossato in massima parte al privati. Soltanto con la legge Baccarini nel 1882 viene sancito l'intervento statale a favore delle bonifiche idrauliche, giustificato del resto con motivi essenzialmente igienici di lotta contro la malaria, più che economici di riscatto di terre coltivabili. La legge Baccarini prevede interventi di "prima categoria" coi quali lo Stato si assume la metà della spesa: un quarto deve essere sostenuto dal Comune e Provincia associati mentre l'altro quarto dai proprietari. Le bonifiche di "seconda categoria" sono invece a totale carico dei proprietari o dei consorzi e possono aspirare al concorso dello Stato e degli Enti locali solo nel caso in cui i terreni rivestano notevole interesse pubblico e comunque solo in misura del trenta per cento. In seguito poi con le leggi del 1886 e del 1893 lo Stato decide di affidare anche le bonifiche di prima categoria a consorzi o privati, pagando ad essi la propria quota della spesa. Cosi i proprietari riescono, laddove abbiano dato vita ad efficienti consorzi di bonifica, a gestire, tramite tali organismi, i capitali che lo Stato via via decide di stanziare. I consorzi divengono cosi progressivamente più potenti e continuano a lungo ad essere un efficace e sperimentato strumento di intervento sulla realtà economica locale tant'è vero che la loro presidenza venne sempre affidata non a tecnici ma agli esponenti più prestigiosi del padronato agrario. A questo proposito va sottolineato che Teodosio Bellini entra a far parte dei delegati del Consorzio Idraulico di Stienta e Terre Vecchie, con sede a Ficarolo, già dal 10 aprile 1905. Mantiene tale carica ininterrottamente fino all'aprile del 1926 quando, durante la seduta del 23 settembre, viene eletto Presidente del Consorzio ottenendo ventisei voti su ventotto. Egli manterrà la presidenza fino al momento della morte che lo coglie a         Trecenta il 23 gennaio 1937. Teodosio figura inoltre fra i delegati del Consorzio Idraulico di Zelo-Berlè a partire dal 24 febbraio 1922 ed ininterrottamente sino a tutto il 1936. E' utile sottolineare che i consorzi idraulici erano gestiti direttamente dai proprietari terrieri che indirizzavano gli interventi di bonifica valendosi di un sistema di decisioni in cui il numero dei voti era direttamente proporzionale all'estensione dei terreni posseduti, dal che consegue che i grandi proprietari avevano un maggior potere decisionale. La necessità della bonifica in Polesine dopo l'unità è testimoniata oltre che dalle relazioni prefettizie prima citate, anche, dalla stampa locale. Nel numero del 5 dicembre 1890, per esempio, il "Corriere del Polesine" riporta in prima pagina un articolo dal quale emerge che uno dei principali bisogni dell'Alto Polesine è la bonifica dei suoi terreni. Molto interessante a questo proposito è altresì un articolo stampato sul n. 21 del 5 agosto 1926 del "Polesine Agricolo", nel quale Mario Bellini, confrontando i terreni dell'Alto Polesine, invasi dall'acqua a causa di abbondanti piogge, con quelli del Basso Polesine, liberi dall'acqua e lussureggianti, inneggia all'operosità e all'intelligenza degli abitanti basso-polesani che hanno saputo unire le loro forze e le loro risorse nei consorzi:

"Nel Basso Polesine ( ... ) ha saputo unirsi, costruirsi e suddividersi in numerosi consorzi, ed introdurvi parecchi macchinari idraulici, unico mezzo per ora adatto a redimere quei terreni.( ... ) L'Alto Polesine ( ... ) rispecchia quasi l'indifferenza maggiore nei grandi proprietari, trasmessa in minor proporzione alle classi medie. Esso da anni soggiace all'incubo che lo preoccupa, che lo attrista; e costringe la maggior parte dei suoi abitanti ad emigrare in cerca di lavoro e di arrischiate fortune. Altri caduti nelle strettezze, conducono una vita affannosa e stentata e vivono con la lusinga che provvide annate asciutte possano prestarsi a vantaggiose risorse sopra terre che, coltivate e talvolta seminate inutilmente negli anni passati, compensano tutt'alpiù l'agricoltore delle spese sostenute nelle annate avverse; ma non saranno certamente atte a dare rendite e lucri che deriverebbero da una coltivazione costante e sicura".

"Tutto ciò non perdona alla lentezza dell'Alto Polesine, il quale non ha saputo trar profitto dall'esempio che ci viene dal basso-polesine per unirsi in consorzi e ricorrere - anche in questi ultimi anni - all'impiego di potenti macchinari che versando le acque in Fossa Polesella, avrebbero redenti i nostri terreni. Ne si ostenti per questo lavoro a ragioni di spesa, che essa si avrebbe largamente compensata coi vantaggi che si otterrebbero in una sola annata".

Queste parole dimostrano la consapevolezza della necessità nonché la decisa volontà di istituire consorzi idraulici per prosciugare i terreni dell'Alto Polesine e migliorarne la rendita e per accrescere il profitto degli agricoltori. Si è già accennato nel terzo capitolo al fatto che i Bellini oltre ad introdurre per primi in Polesine la coltivazione della bietola, contribuirono largamente alla fondazione dello zuccherificio di Ficarolo. Infatti, con atto costitutivo steso dal notalo bolognese Giovanni Barbanti Brodano, il 5 febbraio 1901, veniva costituita la società anonima dello zuccherificio di Ficarolo "Bellini-Nuvolari" che aveva sede a Bologna. I costituenti responsabili furono quindici: ben undici i possidenti di cui sette risiedevano nei comuni di Trecenta e Ficarolo. Uno solo dei fondatori della società aveva esperienza industriale: era Nuvolari ed operava a Legnago nel settore della meccanica-saccarifera. Egli contribuì non solo finanziariamente ma anche tecnologicamente all'istituzione e al funzionamento della nuova fabbrica, anche alla luce della sua esperienza: infatti Nuvolari era stato promotore e costruttore anche dello zuccherificio di Legnago nel 1897. La durata della "Società Anonima" dello zuccherificio di Ficarolo era di venticinque anni ed oltre alla produzione dello zucchero, si prevedevano industrie affini di ogni specie e derivati. Il capitale sociale era di lire 140.000,46.000 delle quali investite da Pietro Bellini: con questa somma egli divenne il maggior azionista, seguito dall'ingegnere Villa di Milano che investi nella società la somma di lire 15.000. Fra i membri del primo consiglio di amministrazione compare Mario Bellini. Terminata la procedura legale i responsabili si occuparono della localizzazione e dell'acquisto del terreno per la costruzione dello stabilimento. Inizialmente gli azionisti di Trecenta avrebbero voluto costruirlo nel proprio territorio comunale, ma in seguito si scelse Ficarolo sia perché sulla direttrice stradale Ferrara-Ostiglia non era ancora stato costruito nessun zuccherificio, sia perché fu valutata positivamente la vicinanza del Po: infatti per la lavorazione saccarifera è indispensabile una notevole quantità d'acqua. Inoltre, se lo zuccherificio fosse sorto a Ficarolo ne avrebbero tratto vantaggio durante la campagna delle bietole sia i coltivatori dell'Alto che quelli del Medio Polesine; bisogna ricordare infatti che in quegli anni la consegna avveniva esclusivamente utilizzando piccoli carretti trainati da cavalli, asini ed anche buoi, deliberate per il contributo a favore della Cattedra ambulante di agricoltura, e dopo aver ricevuto risposta replica:

"Abbiamo la fillossera, per esempio, che è alle porte della provincia, abbiamo le piante da frutto che potrebbero in un avvenire non lontano, dare meravigliosi guadagni; ma queste sono già infestate da una quantità di malattie a cui, se non si provvede con attenti studi e con rimedi efficaci a combatterle, non solo si arresterà la frutticoltura nostra, ma verrà distrutta anche quella esistente"

Va detto che Mario Bellini aveva introdotto la frutticoltura nei suoi terreni già dal 1916, seguendo il metodo romagnolo, conseguendo anche diverse onorificenze alle esposizioni di Forlì e Massalombarda. Anche nella seduta del 17 giugno 1924 Mario Bellini interviene ancora a proposito della frutticoltura auspicando la trasformazione industriale del prodotto tramite l'utilizzazione dello zucchero prodotto dagli zuccherifici della zona:

"Ripeto ora quanto sia importante per la provincia nostra la frutticoltura che, potrebbe trovare applicazione estesissima con grande convenienza economica e potrebbe rendere possibile, ora specialmente che si produce tanto zucchero, la costruzione di fabbriche di marmellate"

Ancora in qualità di Consigliere provinciale Mario Bellini affronta un'altra importante questione per l'economia dell'Alto Polesine: quella delle ferrovie e tranvie. Bisogna a questo proposito sapere che fin dal 1904 la Provincia di Rovigo era riuscita ad ottenere che lo Stato concedesse alla Società Anonima Tranvie del Polesine la costruzione e l'esercizio della linea tranviaria Badia-Ostiglia. La Provincia aveva per altro concesso alla Società un contributo, comprensivo anche di quello dei comuni interessati e si era obbligata a costruire di propria iniziativa e a proprie spese la sede stradale. In seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, che aveva provocato un forte aumento del costo dei materiali e della mano d'opera, la società non riuscì a mantenere gli impegni assunti, accusando la Provincia di inadempienza, perché non aveva ultimato in tempo la costruzione della sede stradale e la citò in giudizio. Sebbene fosse uscita vittoriosa anche in Cassazione la Provincia non riuscì ad ottenere che la società costruisse la linea. In seguito la prima Amministrazione provinciale fascista riprese lo studio di una linea ferroviaria che potesse soddisfare i bisogni dell'Alto Polesine, e fece compilare un altro progetto per un ulteriore tratto ferroviario che congiungesse Adria ad Ariano. Durante la seduta del 17 giugno 1924, Mafio Bellini rivolge al Consiglio provinciale una interrogazione per avere informazioni sulla tranvia dell'Alto Polesine, affermando tra l'altro:

"Noi saremo tolleranti; ma diciamo che di questo affare qui si parla da quarant'anni, mentre nell'Alto Polesine le condizioni della viabilità sono assai strane. Abbiamo coinvolto in questo affare delle tranvie tutti i nostri più vitali interessi, e non solo il nostro interesse personale, sono numerosi paesi, come Melara, Massa Superiore, Ceneselli, Trecenta e altri che non possono muoversi, mentre potrebbero esplicare il loro spirito di iniziativa, potrebbero sorgere delle industrie, potrebbero quelle popolazioni vedere radicalmente trasformate in meglio le loro condizioni economiche e morali"

Anche durante la seduta del 13 ottobre 1924 il cavalier Bellini ritorna sul problema della tranvia dell'Alto Polesine manifestando la convinzione che

"se il progetto non verrà al più presto realizzato, la situazione morale ed economica di Rovigo si aggraverà, perché tutti i paesi rivieraschi da Melara a Crespino sarebbero costretti ad avere rapporti di affari con Ferrara: Ma perché (signori consiglieri) volete condannare 35 e più mila abitanti con 30 mila ettari di terreno come si contano da Melara a Trecenta"

In realtà il Governo accordò in seguito la concessione per la sola linea Adria - Ariano, che venne inaugurata nell'aprile 1933: l'Alto Polesine restò cosi privo sia della tranvia che della linea ferroviaria tanto agognate.

LE  PUBBLICAZIONI  DI   DIVULGAZIONE  AGRONOMICA

Si debbono all'operosità, alle conoscenze tecniche ed alla pluridecennale esperienza agraria di Mario Bellini anche alcune pubblicazioni di divulgazione agronomica che meritano di essere esaminate. La prima, in ordine cronologico, è intitolata: "Il problema dell'alimentazione nazionale" e fu scritta a Trecenta il 28 dicembre 1916, per essere sottoposta all'attenzione del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell'Agricoltura, (Paolo Boselli e Giovanni Raineri). Nel breve preambolo l'autore ricorda di aver avvertito, al momento dell'entrata in guerra dell'Italia, il Ministro della guerra e Sua Eccellenza Cadoma della necessità di prendere misure difensive per assicurare la "viabilità" nella regione padana e di aver proposto nel gennaio del 1915 al Ministro dell'Agricoltura Cavasola, di sospendere l'esportazione dello zucchero dato che esistevano giacenze tali da assicurare largamente il fabbisogno nazionale. Secondo il Bellini infatti la sospensione dell'esportazione dello zucchero avrebbe consentito di ridurre da 50.000 a 20.000 ettari la superficie di terreno destinata alla coltivazione della bietola:

"Soggiungo pure che io, che fui tra i primi coltivatori, e sono tuttora fra i più forti coltivatori della saccarifera in Italia, potevo assicurare che tale riduzione di coltivazione non avrebbe alterato minimamente l'avvicendamento agrario, inquantochè si sarebbe ricorso alla coltivazione del granoturco e, susseguentemente, a quella del frumento, portando cosi un aumento da otto a dieci milioni di quintali di grano. Ciò che avrebbe contribuito a mantenere la media dei prezzi granari, limitando l'importazione granaria estera."

L'autore prosegue lamentando il fatto che la sua proposta non sia stata accettata, mentre il governo deve ricorrere all'importazione di grano pagandolo lire 75,40 al quintale. Mario Bellini ricorda poi di aver inviato nel maggio 1916 una raccomandata al ministro dell'Agricoltura per avvertirlo che, a causa delle persistenti piogge e del fatto che il grano era stato colpito dalla ruggine, il raccolto sarebbe stato nettamente inferiore a quello del 1915, per cui era necessario premunirsi di grano. A questo punto l'autore avanza un'ulteriore proposta che, dice:

"io penso possa evitare all'Italia nostra una eventuale deficienza di nutrizione o che per lo meno sarebbe motivo di forte economia per la Nazione."

Facendo esplicito riferimento all'ultimo discorso tenuto in senato dall'onorevole Raineri, durante il quale il Ministro dell'Agricoltura avrebbe parlato di premi da erogare agli agricoltori che intendessero coltivare grani marzuoli in primavera, l'autore cosi si esprime:

"Sottomessamente affermo fin d'ora che qualsiasi premio non può indurre l'agricoltore a coltivare grani marzuoli ammenochè non si pagasse il grano in ragione di lire 57,40 come lo si paga acquistandolo all'estero."

Bellini sostiene infatti che i grani marzuoli offrono un raccolto nettamente inferiore a quello delle colture tradizionali che sostituirebbero, che essi richiedono una spesa maggiore per la concimazione e mano d'opera, ed infine che il ministro non ha tenuto conto del fatto che l'eccessiva umidità e i duraturi allagamenti non avrebbero consentito di preparare il terreno in tempo utile per la semina, compromettendo così il raccolto. L'autore giunge così finalmente ad esporre la sua proposta:

"Il Governo, a mio avviso, dovrebbe incitare gli agricoltori alla coltivazione delle patate, e ad estendere la coltivazione alla qualità di gran reddito..."

Esponendo numerosi e precisi dati il Bellini arriva a concludere che:

"con un ettaro di terreno a grano marzuolo si potrebbero nutrire milleduecentocinquanta persone in luogo di circa nove o dieci mila individui che si nutrirebbero con un ettaro a patate"

Secondo l'autore la sua tesi è avvalorata anche dal fatto che le farine di frumento usate per alimentare i polli ed ingrassare i maiali, a causa dello scarso raccolto di granoturco, potrebbero benissimo essere sostituite dalla farina di patate. Il cavalier Bellini ricorre inoltre ad alcuni dati fornitigli dal senatore Albertoni, coi quali si dimostra che la patata può, nelle debite proporzioni, sostituire in valore nutritivo il pane. L'autore ricorda poi che tale prodotto potrebbe essere utilizzato per nutrire i prigionieri di guerra "già assuefatti a quel regime di cibo" oltre che i carcerati, con notevole risparmio per l'erario. Egli conclude:

"Occorre però non perdere tempo; perché se questa mia modesta proposta venisse approvata e caldeggiata dal Governo, necessiterebbe sospendere subito l'esportazione che si fa pesantemente delle patate con la Francia, con l'Inghilterra e con la Svizzera per assicurarsi la semente. Aggiungo poi che questo incitamento può farsi, più che col tramite delle Cattedre Agrarie, indicate dal Ministro Raineri, dai Prefetti delle singole Provincie che, a preferenza delle prime, sono tenuti dalle popolazioni in conto di maggiore autorità e prestigio. Inoltre è da notare che, mentre noi avremmo provveduto cosi alla nostra alimentazione, potremmo adibire i nostri trasporti per i carichi di altro genere, pure di decisiva importanza, quali carbone ed altro"

Il Resto del Carlino di Bologna in data 12 febbraio 1917 pubblica un articolo, a cura della direzione, che riassume la proposta avanzata da Mario Bellini con la suddetta pubblicazione. Il quotidiano afferma inoltre che Mario Bellini ha presentato le sue considerazioni e proposte al senatore Pini, affinché egli le divulgasse fra gli agricoltori bolognesi e, grazie alla sua autorità, ottenesse l'appoggio e l'adesione degli enti e delle autorità locali. Il prefetto di Bologna infatti, indisse una riunione alla quale parteciparono autorità agrarie e politiche della provincia. Gli intervenuti nominarono poi una commissione composta dal senatore Pini, dall'onorevole Cavazza, dal professor Zerbini, rappresentante della Cattedra ambulante di agricoltura di Bologna, dallo stesso cavalier Bellini e dai signori Cremonini e Federici, in rappresentanza delle associazioni coloniche. La commissione si recò a Roma e fu ricevuta dal sottosegretario di Stato all'agricoltura, onorevole Canepa. Gli intervenuti presentarono la loro proposta ed infine si abbozzò un contratto col quale il Governo si assunse l'impegno di acquistare l'intera produzione di patate di tutti gli agricoltori d'Italia. Si stabilì il prezzo della coltura ed anche che i titolari delle cattedre ambulanti di agricoltura venissero autorizzati agli acquisti per conto del governo:

"In tal modo si avrà una nuova coltura espansiva ed intensiva delle patate ed un prezzo non troppo elevato nei consumatori e remunerativo per gli agricoltori, specie nel bolognese, dove la coltura intensificata della patata può dare ottimi risultati"

L'articolo dà anche notizia di un colloquio sull'argomento tra il Ministro Raineri ed il cavalier Bellini, durante il quale il primo avrebbe manifestato la propria adesione alla proposta dell'agrario polesano. In un articolo pubblicato il 26 febbraio 1917 sul "Giornale del mattino" di Bologna e di sua mano firmato, Mario Bellini ripresenta, sintetizzandola, la sua proposta di incrementare la coltura della patata, alla quale si aggiunge però il consiglio di incrementare anche la produzione di granoturco giallo e bianco perché essi possono essere conservati da un anno all'altro piuttosto facilmente senza che se ne alteri la qualità. Sempre nello stesso articolo egli, polemizzando col professor Tito Poggi, titolare della Cattedra ambulante di agricoltura di Rovigo, il quale considera un errore gravissimo seminare patate nei terreni recentemente dissodati, consiglia al contrario di farlo perché:

"in terreni da anni in riposo (come quelli delle piazze d'armi, ecc.) sui quali si sono accumulate, oltre alle sostanze azotate, altre qualità fertilizzanti, si ebbero anche in prodotto di patate produzioni fortissime si da superare di gran lunga l'aspettativa".

Mario Bellini poi sul "Giornale del Mattino" di Bologna del 4 marzo 1917 risponde polemicamente a due esperti di economia del "Corriere della Sera": il professor Einaudi e il professor Mosca. Il primo avrebbe consigliato con un suo articolo datato 18 febbraio 1917 la semina in quel periodo di orzo e segale. Il cavalier Bellini controbatte che tali colture vanno seminate invece nel mese di settembre, dieci o quindici giorni prima di quella del grano. Al professor Mosca che, con articolo del 3 marzo 1917, avrebbe consigliato la semina di grani marzuoli specie in Abruzzo, Puglia e Campania il cavalier Bellini replica manifestando parere contrario nei confronti di una simile iniziativa che giudica certamente improduttiva. La seconda, in ordine di tempo, delle pubblicazioni di Mario Bellini si intitola: "Grano italiano per tutti gli italiani. I provvedimenti necessari"; è datata agosto 1925 ed è indirizzata a Benito Mussolini. Questo scritto segue, piuttosto significativamente, di soli due mesi il varo della nuova politica agraria del fascismo che si basava essenzialmente sulla 'Battaglia del grano" e sulla "Bonifica integrale". La battaglia del grano, enormemente pubblicizzata dal regime, aveva come obbiettivo fondamentale il raggiungimento dell'autosufficienza nazionale nella produzione dei cereali per ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti provocato anche dalle importazioni di grano dall'estero. Per questo furono adottate misure protezionistiche a favore del grano e di altri prodotti agricoli; venne intensamente propagandato l'incremento di terreno destinato alla produzione dei cereali nonché vivacemente caldeggiato l'uso di macchinari e fertilizzanti chimici, garantendo in questo modo la fortuna di alcuni grossi monopoli industriali a cominciare dalla Montecatini. Nel suo scritto Mario Bellini sostiene che il dazio a favore del grano è un provvedimento utile ma non risolutivo e che è indispensabile invece aumentare la superficie destinata alla coltura, e con una "audace legislazione" facilitare e garantire il produttore diretto, anche se fittavolo o mezzadro. Secondo l'autore infatti è dimostrato che la produzione di grano è minore e scarsa nei latifondi, mentre nella proprietà frazionata rende in media il doppio applicando il triplo di mano d'opera:

"Al grande proprietario, nulla voglio togliere, voglio soltanto che la proprietà sua sia considerata una altissima aristocratica funzione al servizio del paese e dei concittadini e cosi voglio che non gli sia permesso di condurla male, di non condurla a produzione..."

"Si parla di prati, di pascoli, di prodotti caseari, di aumento, o almeno di conservazione del patrimonio zootecnico che l'estensione e produzione di grano pregiudicherebbe ( ... ) queste sono parole, niente altro che parole di incompetenti. La maggior ricchezza di bestiame, la sfolgorante produzione casearia è nella Lombardia, nell'Emilia e in parte del Veneto, zone dei migliori agricoltori d'Italia, ove il grano è pure uno dei pro         dotti d'importantissima quantità"

"E a proposito di una nuova legislazione agraria: solo la legislazione sull'agricoltura e la legislazione agraria sono ancora in arretrato di secoli". "Bisogna che l'affittuario sia obbligato a migliorare, ma bisogna che del suo miglioramento, che si verifica quasi sempre alla fine del contratto, egli abbia assicurato un guiderdone".

L'ultima in ordine cronologico delle pubblicazioni del cavalier Bellini, porta il seguente titolo: "Agricoltura e industria dei concimi (risposta al Sig. A. Caggiati)" ed è stata pubblicata a Padova nel 1927 (12). Caggiati, che era stato direttore della fabbrica di concimi di Lendinara, aveva infatti attaccato duramente Mario Bellini che, con un suo opuscolo, aveva dimostrato, dati alla mano, che gli azionisti delle fabbriche di perfosfati di Adria e Lendinara guadagnavano un 32% annuo contro un incerto 6% dei coltivatori di grano. La pubblicazione è piuttosto interessante perché indice del difficile rapporto che, in seguito alla politica economica del fascismo, si instaurò fra agrari ed industriali nel momento in cui i primi cominciarono a sospettare che essa privilegiasse essenzialmente gli interessi degli industriali. Cosi infatti si esprime Mario Bellini:

"La maggior parte degli agricoltori sono convinti che il prezzo dei fertilizzanti è superiore ad una giusta rimunerazione, di fronte alla quale sta un'agricoltura che lotta strenuamente ed è scarsamente rimunerata".

 

INIZIATIVE  DI   PROMOZIONE  CULTURALE

Numerose furono anche le opere di beneficenza e le iniziative di promozione culturale che la famiglia Bellini, e Mario in particolare, realizzarono. Grande parte ebbero, per esempio, i Bellini nell'ampliamento e nella realizzazione della nuova sede del "Ricovero per poveri ed orfanelle" oggi "Casa di ricovero ed ospizio".   Attualmente vicino ad essa, in un edificio a sè stante, sorge anche un Asilo che, secondo l'ordinamento vigente nelle scuole materne, accoglie bambini in età prescolare dal tre ai sei anni. Anche l'asilo è gestito dalle suore Guanelliane e il terreno su cui l'edificio sorge fu donato alla fondazione dalla famiglia Bellini. Nel corso del 1935 sempre a Trecenta, e grazie al generoso intervento di Mario Bellini, venne realizzato un radicale restauro della facciata della Chiesa Parrocchiale dedicata a S. Giorgio Martire. La chiesa, costruita secondo la maniera ferrarese nel 1701, fu deteriorata, come attesta una iscrizione lapidaria, nel corso del 1760 da un turbine. In quel frangente vennero riparati i gravissimi danni grazie all'intervento del parroco di allora Don Domenico Sturaro che utilizzò, oltre al proprio denaro, anche quello offerto dalla popolazione di Trecenta. Già alla fine dell'Ottocento però la chiesa mostrava evidenti segni della necessità di un urgente e radicale restauro. Nel corso del 1935 intervenne a tal proposito proprio Mario Bellini. I lavori di restauro richiesero inizialmente il ricorso a solidi rinforzi per evitare il pericolo di crolli; in seguito fu rinnovato l'intonaco dell'intera facciata e vennero restaurate statue mutilate dal tempo. Furono inoltre sostituite le vecchie porte della chiesa, rivestita la base in trachite lucida e completamente ridipinto l'affresco centrale rappresentante il Santo Patrono. In tal modo la facciata della basilica riacquistò un aspetto conforme all'originario. La solenne inaugurazione della facciata avvenne, secondo quanto è riportato da "La Settimana Cattolica", periodico della Diocesi di Adria, il 20 ottobre 1935 alla presenza di autorità civili e religiose e della maggioranza della popolazione di Trecenta. Monsignore Riccardo Bergamo, Protonotario Apostolico nonché parroco di Montagnana durante la cerimonia

"... Con parola facile ed efficace seppe rilevare la necessità, l'importanza, e la grandiosità del restauro, l'ottima riuscita e l'eleganza del lavoro. Mentre l'oratore proseguiva con voce commossa elogiando la magnificenza e le benemerenze del Gr. Uff. Mario Bellini, e la tradizionale carità e generosità della famiglia Bellini, veniva scoperta la lapide che ricorda i genitori del benefattore: Orsola e Pietro Bellini in memoria dei quali è l'opera dedicata..."

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Nel dicembre del 1936 Mario Bellini con un ulteriore generoso intervento offriva un nuovo portale al Duomo di Montagnana e nel 1938, ancora una volta in ricordo dei genitori, faceva qui restaurare ed abbellire la chiesa di S. Benedetto. Particolare attenzione merita poi la donazione all'Università di Padova, nella primavera del 1942, della statua di Tito Livio scolpita da Arturo Martini, uno dei maggiori artisti del Novecento nato a Treviso e formatosi artisticamente all'Accademia di Belle Arti di Venezia e poi a Parigi. Verso la metà del dicembre 1941 in vista del bimillenario della nascita di Tito Livio, Mario Bellini aveva messo a disposizione dell'Università di Padova una cospicua somma di denaro, duecento mila lire, perché potesse essere collocata nell'atrio del nuovo edificio per la Facoltà di Lettere, il Liviano, una statua dello storico romano. Va ricordato che intorno agli anni Quaranta a Padova vennero realizzati il restauro ed il rifacimento del palazzo centrale dell'Università, il Bò, nonché la costruzione del palazzo della Facoltà di Lettere, grazie ad una cospicua somma di denaro, sessanta milioni circa, che il Rettore Carlo Anti aveva ottenuto, intorno all'inizio degli anni Trenta, da Mussolini per ricostruire la vecchia Università. Carlo Anti, archeologo ed appassionato di architettura, era anche uomo assai competente di arte moderna e si avvalse dell'opera di artisti contemporanei piuttosto quotati come gli architetti Ponti e Fagioli, il pittore Campigli e lo scultore Arturo Martini. In un articolo riportato dal Gazzettino del 24 maggio 1942, concernente le nuove opere d'arte al palazzo universitario, si può infatti leggere

"... Esempio nobilissimo di questa fiducia negli artisti attuali ci dà il Magnifico Rettore professor Anti ponendo nei solenni e vetusti ambienti dell'Università creazioni d'arte schiettamente moderne senza cadere, neanche nel particolari più insignificanti nella futilità del falso antico cara a tutti i pantofolai dell'estetica..."

Il Liviano fu realizzato su disegni di Gio Ponti, mentre il grande atrio nel quale è collocata la statua di Tito Livio è stata affrescata dal Campigli. Secondo quanto riportato da un articolo di Giulio Brunetta, apparso sul n. 2, febbraio 1971, della rivista mensile "Padova e la sua provincia", Mario Bellini che l'autore definisce

"un agricoltore del Polesine evidentemente facoltoso, benemerito per tante iniziative ed innovazioni nel campo agricolo e per singolari munificenze nel campo culturale ed artistico"

si risolse ad offrire la somma da destinare alla statua di Tito Livio anche perché privato, in quel periodo, della tessera fascista a causa di un suo scritto che colpiva ed offendeva, secondo il regime e a quanto è dato sapere, un decorato e mutilato. In realtà pare che Mario Bellini col suo scritto non abbia fatto altro che esporre una verità che il regime non poteva accettare. Cosi infatti gli scriveva Agno Berlese, un poeta padovano:

"Quella disgraziata circolare contro un decorato e mutilato è grave. La persona che voi colpiste con aspre parole si meritava anche peggio, ma voi, senza volerlo, colpiste la gloriosa categoria dei Decorati e quella non meno fulgida dei Mutilati, mi capite?..."

" Voi siete ancora terribilmente giovane e bollente. Avete il calore di un trentenne (sic!) Ed io vi invidio caro Bellini. Ma i tempi sono cambiati e bisogna adattarvisi, bisogna lavorare di furberia, tacere e agire al momento buono."

Certo è comunque che il Bellini desiderava moltissimo cancellare l'onta del ritiro della tessera e risulta che il Rettore Anti s'interessò a fondo e sinceramente per aiutarlo. A testimoniare la forza di carattere e soprattutto il temperamento di Mario Bellini basti sapere che il 9 agosto 1943 egli inviò al nuovo Capo del Governo, Maresciallo Badoglio, un telegramma incriminatorio e gratulatorio al tempo stesso, con il quale si rammaricava della sventura ingiustamente subita ed auspicava una solerte riparazione al torto patito. Secondo quanto afferma Carlo Anti in un suo articolo pubblicato dalla rivista "Padova e la sua provincia" nel numero 6 del 1979

"un'architettura di Ponti, nobilitata da una vasta composizione ad affresco di Campigli, esigeva quasi come necessario complemento una scultura di pari gusto e Martini era l'artista che in quel momento pareva meglio corrispondere al compito e dare maggior garanzia di saper realizzare degnamente un grande marmo, quale era richiesto dalla vastità dell'ambiente"

Martini accettò l'incarico verso la fine del dicembre 1941 e si impegnò a consegnare l'opera per la metà del mese di maggio. La statua è stata realizzata con un blocco di marmo di Carrara dell'iniziale peso di ventisette tonnellate; il bozzetto prevedeva la realizzazione di un gruppo statuario composto da quattro figure, ma lo scultore, durante la realizzazione dell'opera, cambiò idea e consegnò poi una statua rappresentante il solo Livio chinato e quasi prosternato davanti alla storia di Roma, il quale, come colpito da religioso stupore, solleva il capo e guarda verso l'alto. L'inaugurazione della statua del Martini avvenne il 25 maggio 1942 in concomitanza con l'inaugurazione del rinnovato palazzo universitario alla presenza del ministro dell'Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, in rappresentanza del Governo. Alla cerimonia. oltre alle maggiori autorità politiche e religiose, erano presenti anche i componenti di diverse delegazioni straniere, tedesca, rumena, bulgara, ungherese nonché i rappresentanti delle principali università italiane. In un articolo pubblicato dal "Gazzettino" nel numero datato 25 maggio 1942 si può leggere:

"... Nell'atrio all'Ecc. Bottai viene presentato il gr. Uff. Mario Bellini il noto agricoltore padovano che, per onorare la memoria dei propri genitori ha offerto all'Università il monumento a Tito Livio scolpito da Arturo Martini, nel marmo di Carrara. Alla presenza dell'Eccellenza avviene lo scoprimento della gigantesca statua, che domina nell'atmosfera luminosa creata dalla pittura di Campigli".

La donazione più significativa però, anche perché epilogo di una vita professionale interamente dedicata all'agricoltura, è quella del Palazzo Bellini allo Stato perché vi istituisse una Scuola Agraria. La donazione avvenne, con solenne cerimonia, il 25 luglio 1942 a Rovigo nella sede dei Rettori del palazzo della Provincia alla presenza del Provveditore agli Studi, in rappresentanza del Ministro Bottai, e di numerose altre personalità politiche, civili e del mondo agrario. Era anche presente il commendator Ferruccio Viola, preside degli Istituti Tecnici locali. In quell'occasione numerose furono le parole di ringraziamento rivolte a Mario Bellini, ma particolarmente significative appaiono quelle di Mario Scarpari, Preside della Provincia e riportate insieme con altre dal "Gazzettino" nel numero del 26 luglio 1942:

" ... Gr. Uff. Mario Bellini, con il suo atto munifico
ha reso possibile la realizzazione di una delle più antiche
e legittime aspirazioni del nostro Polesine.
La nuova scuola che sorgerà a Trecenta
e che porterà il nome vostro
e quello del compianto vostro fratello,
sarà una testimonianza imperitura
del verace e fecondo amore che voi
avete portato alla vostra terra polesana
e particolarmente alla vostra Trecenta,
al tenace ed assiduo lavoro per il progresso
dell'agricoltura in generale e di quella polesana in ispecie".

BIBLIOGRAFIA:
I Bellini
di ANNA BOTTI
( nata a Ferrara nel 1957 è docente di storia e lettere negli Istituti di Istruzione Secondaria di II° grado)

 

 

UGO GRISETTI

NICOLA BADALONI

I BELLINI

 

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 Nato a Verona il 9 settembre 1910 e deceduto a Badia Polesine il 12 ottobre 1989.
Laureato in medicina e chirurgia a Padova nel 1933 e specializzatosi in varie discipline: chirurgia generale, ortopedia, radiologia, ginecologia e medicina legale.
Docente all'Università di Ferrara negli anni '50 e '60.

Nominato Assistente Chirurgo a Trecenta nel 1934 dove rimane. ininterrottamente, (ad eccezione del periodo della chiamata alle armi durante la seconda guerra mondiale), fino all'8 settembre 1980 (compimento dei 70 anni).
Nella seconda metà degli anni '40 viene nominato Primario di Chirurgia presso l'Ospedale di Trecenta.
 

Da questo periodo fu molto attivo nel promuovere il miglioramento dell'Ospedale, aumentandone i posti letto, ampliando la struttura e potenziandone le attrezzature.

Il ricordo rimasto nella popolazione polesana è quello di un "Grande Dottore". così lo ricorda un collega rimasto al suo fianco per diversi decenni: "un Medico ed un Primario che ha sempre dimostrato il suo spirito di grande umanità, di correttezza professionale, un lavoratore instancabile che si è sempre sacrificato senza risparmio per il bene dell'ammalato. Appassionato della chirurgia. ha sempre studiato e seguito con passione congressi e aggiornamenti. A tutto si aggiunga la rara dote del "disinteresse". …